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C’è qualcosa di paradossalmente antico nel rito quotidiano che si ripete miliardi di volte: dita che scorrono sul vetro, notifiche che squillano, occhi che si specchiano in un piccolo universo retroilluminato. Lo smartphone, simbolo indiscusso della nostra modernità, porta in sé ,come ogni tecnologia dirompente, il seme della propria fine. Ma cosa significa “morire” per una piattaforma onnipresente che ha plasmato identità, abitudini cognitive e persino la percezione del tempo?

Nel dibattito contemporaneo, la morte dello smartphone non è né un blackout improvviso né una profezia millenarista: è una metamorfosi silenziosa, un processo carsico che, tra suggestioni transumanistiche, ipotesi sociali e ricerca estetica, attende solo di essere intercettato con lucidità e immaginazione. La questione non è se lo smartphone sparirà, ma come, perché, e soprattutto cosa prenderà il suo posto.

A guidarci in questa indagine è il filosofo e scrittore Luca Ferrari che, nel suo saggio-stimolo “Lo smartphone morirà”, affronta con pensiero laterale la questione del “dopo”, invitandoci a contemplare una linea d’orizzonte oltre la dipendenza da schermo. Da qui partiremo per esplorare in profondità i cinque snodi essenziali di questa rivoluzione: le origini del desiderio di “altro”, le forze che stanno accelerando la trasformazione, l’evoluzione dell’interazione uomo-macchina, le sfide etiche della post-umanità e il senso sociale e culturale di questa transizione. Un percorso per chi cerca risposte, ma soprattutto buone domande.

Il desiderio del dopo: tra saturazione e nostalgia tecnologica

Perché lo smartphone ci appare oggi come un oggetto già “vecchio”, nonostante la sua onnipresenza? La risposta è duplice: saturazione e nostalgia. L’evoluzione delle tecnologie di comunicazione ha sempre seguito un ritmo apparentemente ciclico in cui l’innovazione si trasforma, nel giro di un paio di decenni, in routine, e da qui nasce il desiderio di superamento. Non è solo una questione di obsolescenza funzionale, ma soprattutto culturale e simbolica.

La saturazione si declina in molte forme: ridondanza di contenuti, iper-connessione, overload informativo. Il gesto di toccare lo schermo è diventato meccanico, quasi ossessivo, al punto che La nostra intimità digitale sembra reclamare nuovi spazi, nuove interfacce, nuove promesse. Qui si inserisce la nostalgia: un sentimento che riguarda non il passato, ma l’attesa del “futuro mancato” che ogni oggetto tecnologico porta con sé.

Questa dialettica tra saturazione e nostalgia rappresenta il motore profondo del cambiamento. Non basta più la promessa di device più veloci o fotocamere più potenti: il consumatore è pronto a desiderare altro, e l’industria lo segue su questo terreno emotivo, tentando di precedere i bisogni inespressi. Fino a creare, per paradosso, nuove dipendenze da novità che si trasformano subito in ordinarietà.

Potenze invisibili: chi sta uccidendo (davvero) lo smartphone?

Non sono i device concorrenti a minacciare lo smartphone, bensì forze più profonde, che spesso sfuggono alla narrazione mainstream. In primis, la saturazione tecnologica si accompagna a una crisi di senso: lo smartphone, nato come strumento di emancipazione e empowerment, viene ora percepito anche come vettore di alienazione, sorveglianza e manipolazione del tempo e dell’attenzione.

La vera “morte” dello smartphone, allora, potrebbe provenire da una convergenza di forze culturali, commerciali e persino legislative. Ferrari sottolinea come il desiderio di dissolvere la mediazione dello schermo non nasce solo negli ambienti più geek, ma attraversa l’intera società: dalla necessità di ridurre l’impatto ambientale dei device alle nuove regolamentazioni sulla privacy, dalla crescita delle tecnologie no screen all’emergere di una generazione “screen free” per scelta educativa.

Allo stesso tempo, il mercato si prepara: non più semplici telefoni, ma “ambienti” digitali diffusi, oggetti connessi, assistenti virtuali che incorporano funzioni del telefono rendendolo ridondante. E qui si innestano le narrazioni di Big Tech, che ora puntano sull’ecosistema più che sul device, sull’interazione invisibile più che sull’interfaccia tradizionale. L’assalto frontale non verrà da uno “smartphone killer” ma dalla lenta erosione di senso di ciò che oggi chiamiamo smartphone.

Oltre il touch: l’evoluzione dell’interazione uomo macchina

Il futuro della comunicazione digitale non sarà una semplice replica in miniatura dello smartphone attuale. Le vie d’uscita dalla logica dello schermo passano per strade inaspettate: realtà aumentata (AR), realtà virtuale (VR), interfacce conversazionali, wearable computing e persino le prime timidissime sperimentazioni di interfacce neurali dirette.

Ferrari invita a riflettere su un dato troppo spesso banalizzato: ogni tecnologia di successo diventa invisibile al suo apice, per poi essere riassorbita nelle pratiche sociali fino a “scomparire”, lasciando spazio a nuove forme di visibilità. Così sarà per il touch: non più unico centro di gravità, ma solo una delle tante modalità di accesso al digitale.

Gli esperimenti nei laboratori di Google, Apple e Meta lo dimostrano: ci prepariamo a vivere in ecosistemi in cui la rilevanza dello schermo si riduce drasticamente, sostituita dalla pervasività di sensori, assistenti vocali, oggetti intelligenti che ci “leggono” e ci suggeriscono opzioni prima ancora che le chiediamo. Se oggi la domanda è “quanto tempo passi davanti allo smartphone?”, domani sarà “quanto tempo passi senza interagire con l’ambiente digitale che ti circonda?”.

Portare la tecnologia “nel mondo” ,e non solo “nel dispositivo”, è il passo che ci attende. E la vera sfida non sarà più “quanto è smart il mio telefono”, ma “quanto è intelligente e rispettoso il mio ambiente digitale”.

L’etica del post-smartphone: tra libertà, controllo e nuove dipendenze

Uscire dall’era dello smartphone non significa necessariamente entrare in un’epoca di maggiore libertà. Anzi, la progressiva invisibilizzazione della tecnologia comporta rischi inediti: chi controlla i sistemi digitali diffusi? Come vengono gestiti i dati che produciamo in modo passivo? Quali nuove forme di dipendenza e manipolazione si annidano in ambienti dove i “confini” tra on e offline sono deliberatamente sfumati?

Il post-smartphone è un terreno etico scivoloso. Mentre i discorsi pubblici si concentrano sul tempo di esposizione agli schermi, la discussione più urgente riguarda il tempo di “esposizione” ai sistemi intelligenti che operano dietro le quinte, invisibili e automatici. Ferrari articola un monito: la dissoluzione dello smartphone come oggetto fisico potrebbe coincidere con la nascita di nuove, più sofisticate forme di controllo sociale basate su algoritmi predittivi, ambienti intelligenti e profilazione continua.

Non solo. Il bisogno umano di “interazione” e “presenza” potrebbe essere catturato da aziende che propongono soluzioni apparentemente liberatorie – ambienti immersivi, esperienze AR, smart object – ma che in realtà aumentano la pervasività del marketing, la quantificazione della vita privata e l’omologazione cognitiva.

Si profila così un paradosso: per guadagnare in “libertà dal device”, rischiamo di cedere “libertà nella relazione” con ciò che ci circonda. Il vero punto d’approdo della cultura post-smartphone dovrà dunque essere una nuova etica tecnologica capace di tornare a porre domande sul senso, il limite, il desiderio.

Da oggetto a rete: implicazioni sociali e culturali della transizione

Se lo smartphone sparisce come oggetto, cosa ne guadagna , o perde , la società? La questione è tutt’altro che secondaria, perché ogni “fine” di una tecnologia dominante coincide con l’apertura di uno spazio simbolico: cambia l’idea di comunicazione, di spazio pubblico, di relazione con l’identità digitale.

Ferrari suggerisce che l’epoca post-smartphone potrebbe segnare il passaggio da una società centrata sull’oggetto individuale a una società incentrata sulla rete di relazioni, umane e artificiali, nelle quali il digitale si fa ambiente anziché strumento. Questo implica ripensare la cittadinanza digitale, la privacy, la rappresentazione di sé e persino la memoria collettiva, che oggi spesso passa per la testimonianza dei contenuti salvati sullo smartphone.

Da un lato, si apre la prospettiva di una “dematerializzazione dell’identità”, dove il sé digitale non è più localizzato in un device ma distribuito tra sensori, cloud, ambienti interattivi. Dall’altro, si rischia una perdita di agency, se il cittadino non dispone degli strumenti critici per gestire la propria presenza nell’ecosistema.

Infine, cambierà radicalmente anche il concetto di “progresso”: da gara tra produttori di hardware a ricerca di armonia tra individuo, collettività e ambiente tecnologico. È qui che si gioca la partita culturale più profonda della rivoluzione post-smartphone.

In conclusione

“Morire” per una tecnologia non significa sparire, ma evolvere fino a diventare altro. Lo smartphone, come la radio, il telefono fisso, il lettore MP3 prima di lui, continua a vivere nelle forme che genera – o che abbandona. La domanda chiave non è allora “quando” scomparirà, ma “quale umanità” vogliamo costruire nell’era in cui lo smartphone sarà solo un capitolo del paleolitico digitale.

L’urgenza, suggerisce Ferrari (e questa è anche la sfida per lettori e innovatori), non è arroccarsi nella nostalgia del device, ma trovare nuovi modi per abitare la complessità di un mondo in cui la tecnologia smette di essere una “protesi” per diventare ambiente, cultura, relazione e persino coscienza.

E la grande domanda: saremo spettatori, vittime, oppure protagonisti consapevoli di questa metamorfosi? Grande Giove invita chi legge a tenere aperta la domanda: forse, più che la fine dello smartphone, ci attende la rinascita di una nuova forma di presenza, dove l’umano e il digitale imparano, finalmente, a convivere senza confondersi.

Il futuro si scrive oggi, tra i dati che produciamo e le scelte che compiamo. Che ruolo deciderai di giocare nella società post-smartphone?
Con Luca Ferrari (CEO di Bending Spoons) abbiamo discusso l’evoluzione del settore mobile, del possibile tramonto degli smartphone e di come le app continueranno a influenzare le nostre vite nei prossimi anni.
Un dialogo che unisce visioni futuristiche e concrete esperienze di business.
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