Le ricerche mostrano che la felicità non si misura in euro, ma nella qualità delle relazioni, nell’autostima, nella capacità di progettare il proprio futuro. Eppure continuiamo a inseguire modelli impossibili, dimenticando che la vera ricchezza risiede altrove.
È tempo di spostare lo sguardo: non basta contare i soldi, serve capire cosa li rende davvero uno strumento di benessere. L’economia dell’ottimismo non è un sogno ingenuo, ma una competenza da allenare, fatta di consapevolezza, fiducia e scelta. E forse, oggi più che mai, la felicità va cercata nella complessità, non nel saldo del conto corrente.
Oltre la ricchezza: come (e perché) misuriamo la felicità
Siamo abituati a concepire la felicità come emozione: uno stato di euforia passeggera, una gioia effimera. Eppure filosofi e scienziati ci mettono in guardia da questa riduzione. Già 2500 anni fa, il pensiero greco distingueva tra “edonico” ed “eudaimonico”: il primo, il piacere momentaneo; il secondo, il senso di tutta una vita. Oggi, la scienza psicometrica ha fatto ulteriore chiarezza: la condizione di benessere dovrebbe essere indagata e misurata su più dimensioni, come si fa con altre condizioni psicologiche (ansia, depressione, qualità della vita). Ma allora, cos’è davvero la felicità e come si può misurare?
Un test sperimentale, realizzato da un team di psicologi e comportamentalisti, ha individuato cinque grandi aree attraverso cui si struttura il “capitale felice” di una persona: la salute psicofisica, le relazioni affettive e sociali, la stima ricevuta da parte degli altri, le prospettive future e il rapporto con il denaro e il lavoro. Indagare questi ambiti, per quanto in modo auto-percettivo, permette di ottenere una fotografia del proprio benessere – uno strumento di consapevolezza che, con pochi minuti, può attivare processi di cambiamento.
Qui si apre il tema delle aspettative e della percezione: come dimostrano molte ricerche, la maggior parte delle persone pensa di essere meno felice di quanto in realtà sia. Il motivo? Una società che bombarda di immagini e modelli irraggiungibili, una narrazione in cui solo il possesso (o la performance) porta stima e successo. Da qui il paradosso: siamo più felici di quanto pensiamo, ma condizionati a sottovalutare il nostro stato reale perché ci rapportiamo costantemente a ideali irraggiungibili, spesso costruiti a tavolino.
Il test della felicità serve a questo: non a dirci di “essere felici” a comando, ma a rendere consapevoli dei nostri punti di forza e delle aree di miglioramento. Solo dalla conoscenza – antica e sempre attuale massima “conosci te stesso” – può nascere un percorso autentico di benessere. Un processo che, lungi dall’essere lineare, si struttura nel tempo e si arricchisce di obiettivi, relazioni, scelte. Felicità come investimento, dunque: allenata giorno per giorno, dentro la fatica e la gratificazione, tra mete raggiunte e nuovi orizzonti.
Denaro, fiducia, ottimismo: il vero motore dell’economia (e della società)
L’ottimista non è un ingenuo che si illude che tutto andrà per il meglio. L’ottimismo autentico, quello di cui parlano i ricercatori, è l’attitudine concreta a vedere le difficoltà e ad attivare gli strumenti per agire. In questa prospettiva, il vero motore dell’economia e della società non è il denaro come fine in sé, ma la fiducia – in sé, nelle relazioni, nelle istituzioni – e la capacità di “agency”, cioè di influenzare il proprio contesto. La fiducia costituisce quello che gli economisti chiamano “capitale sociale”: un asset immateriale che determina la resilienza delle comunità, la forza d’innovazione, la capacità di riprendersi dagli shock, come quelli sperimentati durante la pandemia.
La chiave, in questo senso, non sta nell’evadere le difficoltà o nel cancellare le notizie negative (queste esistono e vanno affrontate), ma nel modo in cui le interpretiamo e agiamo di conseguenza. L’ottimista razionale valuta anche gli scenari peggiori ma, proprio per questo, è meglio equipaggiato ad approntare strategie e soluzioni creative. Questa prospettiva non elimina il dolore o la difficoltà, ma li reintegra in una narrazione più ampia che riconosce la natura “confusa” della realtà quotidiana: nuvole e schiarite, traguardi e ostacoli, si alternano nella dinamica complessa di una vita piena.
Il pessimismo cronico, in questa ottica, è una trappola paralizzante che impedisce di vedere strumenti e possibilità, mentre l’ottimismo naïf si illude che le cose accadano da sole. L’economia dell’ottimismo, viceversa, promuove il passaggio dalla lamentela all’azione, dalla paura alla consapevolezza, dalla passività alla scelta responsabile. Una visione che implica anche responsabilità sociale e culturale: narrare, raccontare (anche nei media) storie di fiducia, di sperimentazione, di solidarietà, diventa parte integrante del processo di costruzione di una società più felice e resiliente.
Sostenibilità, consumi e nuovi analfabetismi nella società della gratificazione immediata
Nell’era digitale, un nuovo analfabetismo si fa strada: quello finanziario, che cresce in parallelo a una nuova cultura del consumo, fatta di acquisti rateizzabili anche per importi irrisori, di programmi “compra ora, paga dopo”, di piattaforme che offrono sogni a rate senza responsabilità. È qui che si gioca la partita della sostenibilità economica, ma anche sociale e ambientale.
Perché la logica della scarsità, del risparmio e della pianificazione – la stessa che utilizziamo per le risorse naturali – dovrebbe guidare anche il nostro rapporto con il denaro. Gestire meglio le proprie finanze non è solo prudenza personale, ma scelta responsabile verso un modello di società più equo, meno fragile, più orientato al futuro. La sostenibilità non è una somma di etichette settoriali (ambientale, economica, umana), ma un paradigma olistico che invita a riflettere sulle conseguenze di ogni scelta, alimentando l’idea che diritto e dovere debbano coesistere: libertà di spendere sì, ma anche di educarsi a farlo con criterio, evitando scelte impulsive che portano al sovraindebitamento o a una dipendenza silenziosa dal consumo compulsivo.
Qui si apre il capitolo dell’educazione: insegnare ai ragazzi i principi della finanza personale, del risparmio, della pianificazione economica, diventa un investimento a lunga scadenza. Non solo perché (finalmente) alcune ore di educazione finanziaria entrano nella scuola grazie a nuove leggi, ma perché è la società nel suo complesso che, anche attraverso modelli e narrazioni plausibili, deve ritrovare un equilibrio tra desiderio e rinuncia, tra investimento e gratificazione, tra sogno e realtà.
In questo scenario, il rischio più grande non è quello di spendere troppo, ma di perdere il senso del “valore” di ciò che si acquista – che siano beni materiali o relazioni, esperienze o sogni. Solo una nuova alfabetizzazione economica e sociale può restituire alle persone la capacità di decidere consapevolmente, uscendo dall’illusione che “più” significhi sempre “meglio”. Perché troppo spesso, comprare subito a rate è solo il sintomo di una povertà latente di obiettivi, di senso, di direzioni chiare.
Felicità, premi e la forza dei legami: la nuova mappa del benessere personale e collettivo
Se il denaro è uno strumento – potente ma neutro – ciò che realmente struttura la nostra felicità è molto altro: la qualità delle relazioni intime e sociali, la stima ricevuta da chi ci è vicino, la salute psico-fisica, la progettualità futura, la crescita personale. A dirlo sono le scienze sociali, la psicologia positiva e, sempre più spesso, le ricerche condotte su campioni rappresentativi di popolazione.
Ma un aspetto spesso trascurato è il ruolo della motivazione intrinseca ed estrinseca nella costruzione di una felicità durevole. La nostra società si è molto concentrata sul diritto alla sanzione, su ciò che va punito o disincentivato, ma ha spesso dimenticato il diritto al premio: la valorizzazione dei comportamenti virtuosi, la celebrazione dei successi piccoli e grandi, la gratificazione del percorso, non solo del risultato. Nella storia del pensiero economico e giuridico, questa dicotomia era ben chiara: se la sanzione serve a evitare il male, il premio serve a moltiplicare il bene.
Applicato alla felicità personale, questo significa imparare a riconoscere e coltivare quei comportamenti, pensieri, scelte che ci portano benessere anche dopo che l’emozione immediata si è spenta. Non è un esercizio di automotivazione da self-help, ma il risultato di un lavoro lento e consapevole sulle aree fondanti della felicità: relazione, salute, riconoscimento, crescita, autonomia. Tutto questo richiede strumenti e, soprattutto, la volontà di “allenarsi” a vedere il meglio anche nella complessità: significa accettare l’altalena di emozioni e eventi negativi, ma saperli rimettere dentro una trama più ampia, in cui ogni fatica non è mai sprecata.
In ultima analisi, la felicità diventa un investimento di lunga durata, quasi un “capitale composto”: ciò che seminiamo ora – in relazioni, formazione, obiettivi, equilibrio – cresce nel tempo, oltre i momenti di crisi, oltre le piccole sconfitte. Ecco perché l’idea di “starter pack” della felicità è, tutto sommato, un ritorno alle origini: imparare a conoscersi, riconoscere i propri punti di forza, stabilire connessioni significative, affidarsi a un equilibrio dinamico tra premi e sanzioni, tra desiderio e responsabilità.
In conclusione
In un’epoca in cui tutto sembra instabile serve più che mai una bussola culturale e psicologica per orientarsi.
L’economia dell’ottimismo non è una medicina per tempi facili, ma un orizzonte di senso che invita a ripensare ciò che davvero conta: la consapevolezza della propria agentività, la forza delle reti sociali, la progettualità che guarda oltre l’attimo, la solidarietà come chiave di resilienza e autentica crescita.
Allenare l’ottimismo razionale non significa illudersi che tutto andrà bene, ma acquisire gli strumenti per leggere i dati, distinguere trend da disturbi temporanei, scegliere di investire consapevolmente in ciò che porta benessere – a noi, agli altri, al pianeta. Significa anche smascherare i miti tossici del consumo, dell’apparenza, della performance senza senso, riformulando la narrazione pubblica e personale attorno a valori che durano nel tempo.
La vera sfida non sta nell’accumulare “cose”, ma nel generare significato. Una felicità costruita dentro la complessità, allenata ogni giorno tra le cicatrici e le speranze, tra la fatica e la scoperta, tra il meteo e il clima interiore. Un cammino che si può iniziare da subito: con un test, una domanda, una scelta di conoscenza in più. Perché, come insegna la migliore cultura scientifica, non è la quantità dei mezzi, ma la qualità delle domande che ci pone sulla strada della felicità autentica.
Ti interessa approfondire il tema?
In questa puntata del podcast di Grande Giove affrontiamo due dei temi più affascinanti e universali di sempre: la felicità e il suo rapporto con l’economia.
Ai nostri microfoni ci sono Luciano Canova, economista e autore del libro “L’economia dell’ottimismo”, e Matteo Rizzato, filosofo e ideatore del MH-Index, il primo indicatore italiano per misurare la felicità.




