Negli ultimi anni si parla spesso di intelligenza artificiale come di una specie di supereroe pronto a risolvere i grandi problemi del mondo, clima compreso. Gli scienziati usano l’IA per prevedere il tempo che farà, capire come si muovono le onde di calore, studiare le foreste dallo spazio, gestire meglio le città. Se riuscissimo a prendere decisioni giuste più in fretta, sembrerebbe l’inizio di una vittoria contro il surriscaldamento globale.
Tuttavia, artificial intelligence non è magia: i suoi enormi cervelloni digitali hanno bisogno di tantissima corrente, di grandi server che lavorano 24 ore su 24 e consumano l’equivalente di piccole città in energia elettrica. In pratica, ogni volta che chiediamo qualcosa a un’intelligenza artificiale, produciamo un po’ di anidride carbonica, la stessa che scalda l’atmosfera e scioglie i ghiacci. Non c’è niente di automatico nell’essere “amici del clima”: per essere davvero d’aiuto, IA deve imparare a non inquinare.
Il lato nascosto della tecnologia: dietro le quinte dei “cervelloni”
Chi pensa che la tecnologia digitale sia “leggera” e immateriale si sbaglia di grosso. Quei server che vediamo solo nelle foto ,grandi scatole piene di luci e cavi, sono in realtà tra i più grandi consumatori di energia del pianeta. I data center, che tengono accesi i servizi online, oggi usano tra l’1 e il 2% di tutta l’elettricità mondiale. E la crescita non accenna a fermarsi: si calcola che nei prossimi anni il consumo potrebbe addirittura quadruplicare.
Il problema è che buona parte di questa energia viene ancora da fonti “sporche”, come il carbone o il petrolio. Sempre più aziende dichiarano di voler diventare “carbon neutral”, ma la strada è lunga e irta di ostacoli. E in tutto ciò, le decisioni le prendono davvero in pochi: sono soprattutto le grandi multinazionali della tecnologia ,non governi o cittadini, a scegliere dove e come far girare l’intelligenza artificiale. L’unico modo per uscire da questo circolo vizioso è pretendere trasparenza, regole chiare e limiti al consumo.
Chi comanda sull’IA? Il rischio di un clima digitale poco democratico
Il cuore della questione non è solo economico o ecologico. È anche una questione di potere. Chi detiene i dati e l’accesso ai supercomputer diventa anche il padrone delle previsioni sul clima, dell’agenda politica e spesso dei guadagni che ne derivano. Questo porta a uno squilibrio: tantissimi sono esclusi dalle decisioni importanti.
Le nazioni più ricche e le multinazionali della Silicon Valley stanno costruendo nuovi “feudi” digitali dove pochi comandano su tutto. Il rischio? Che la tecnologia serva sempre di più i loro interessi, lasciando fuori comunità locali, Paesi meno ricchi e chi la crisi climatica la sente ogni giorno sulla propria pelle. Bisogna invece fare squadra, condividere i dati, scegliere insieme quali problemi affrontare con l’IA e, soprattutto, come farlo senza sprecare energia.
Umani e macchine: trovare il giusto equilibrio
Quando parliamo di intelligenza artificiale e crisi climatica, spesso ci dimentichiamo della domanda più semplice: chi decide cosa va fatto? I computer possono dirci tanto, ma non hanno coscienza, valori, sensibilità. Sono strumenti potenti, ma sta a noi umani usarli con responsabilità.
Non possiamo pensare di risolvere ogni questione ambientale affidandola a una “scatola nera” di algoritmi. Servono regole, controlli, accortezza. Soprattutto, serve dialogo tra diversi saperi: scienziati, tecnici, ma anche cittadini, filosofi, agronomi e amministratori locali. È da questa collaborazione che nascono le soluzioni più efficaci e durature. La tecnologia deve aiutarci a fare meglio, non a smettere di pensare.
Verso una IA davvero sostenibile? Sfide e possibili strade
Si parla sempre più spesso di “Green AI”: idee per limitare il consumo di elettricità, usare energie rinnovabili, progettare computer più efficienti. Alcune aziende promettono di raggiungere le emissioni zero nei prossimi anni, ma la verità è che ogni miglioria rischia di essere cancellata dalla fame crescente di servizi digitali, app e intelligenze sempre più sofisticate.
La vera svolta arriverà solo se la sostenibilità sarà obbligatoria, non opzionale: server alimentati da fonti pulite, regole precise sui consumi, modelli di calcolo efficienti e progetti condivisi tra pubblico, privato e comunità. Qualche esperimento già esiste: in Islanda ci sono server solo con energia geotermica; in Africa si prova a decentralizzare le reti digitali per aiutare davvero chi ne ha bisogno, senza sprechi.
La partita, però, si gioca ogni giorno: l’innovazione va guidata, discussa, votata anche dai cittadini e non solo dagli esperti delle grandi aziende. Ognuno deve essere parte attiva di questa rivoluzione, se non vogliamo che sia un boomerang.
In conclusione
L’IA può essere alleata o avversaria del pianeta. Tutto dipende da come la useremo, dalle scelte che faremo oggi ,insieme.
Non affidiamoci solo ai numeri: serve regola, trasparenza, controllo umano. Perché la vera energia che può cambiare le cose è quella delle persone, non quella dei circuiti.




